Impossibile salvare il Paese senza liberalizzare il futuro.

Alla fine è andata nel più tradizionale dei modi e secondo un copione già visto: il Governo ha posto la fiducia e imposto così al Senato di ignorare le tante proposte di miglioramento del disegno di legge in materia di liberalizzazioni.

Tra le tante proposte bocciate – ed anzi neppure esaminate – anche l’intero pacchetto sulla “liberalizzazione del futuro” presentato, nelle scorse settimane, da una pluralità di associazioni e soggetti ai quali, da tempo, sta a cuore il futuro del Paese con particolare riferimento al sistema innovazione [Agorà Digitale, Altroconsumo, Articolo 21, Associazione Italiana Internet Provider, Associazione Italiana per l’Open Government, Assoprovider, Istituto per le Politiche dell’Innovazione, Libertiamo e gli Stati Generali dell’Innovazione, insieme allo Studio Legale Sarzana].

L’abolizione dell’anacronistico monopolio della SIAE, la liberalizzazione del prezzo dei libri con la conseguente libertà di praticare sconti, il rilancio di serie politiche di duffusione del software libero e di open data, l’abolizione dell’inutile contrassegno SIAE, l’introduzione nella legge sul diritto d’autore di qualche “libera utilizzazione” della quale si avverte una straordinaria ed urgente necessità per garantire la circolazione della cultura e delle idee nello spazio telematico, l’obbligo per tutti gli intermediari dei diritti di consentire negoziazioni online e quello per i distributori di opere cinematografiche di rendere disponibili le proprie opere anche online, contestualmente all’uscita nelle sale, sono solo alcune delle proposte per garantire un rilancio dell’innovazione e del futuro del Paese che il Governo Monti ha deliberatamente scelto di ignorare.

(Segue qui su Wired)

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INNOVATION UNION SCOREBOARD 2011 – The Innovation Union’s performance scoreboard for Research and Innovation

La Commissione Europea ha pubblicato il 7 febbraio u.s. la seconda edizione dell’INNOVATION UNION SCOREBOARD 2011 – The Innovation Union’s performance scoreboard for Research and Innovation, il documento elaborato dal Maastricht Economic and Social Research Institute on Innovation and Technology (UNU-MERIT) che sintetizza, in prospettiva comparativa, lo stato di implementazione, nei 27 Paesi europei, del progetto Europa 2020.

Qui il testo integrale del documento.

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#liberalizziamo il futuro

L’Istituto per le politiche dell’innovazione ha partecipato all’elaborazione ed alla stesura di un pacchetto di emendamenti alla legge di conversione del c.d. decreto liberalizzazioni con lo scopo di introdurre nella manovra del Governo i temi dell’innovazione, del mercato digitale e dello sviluppo dell’infrastruttura nel nostro Paese.

In una parola, l’Istituto per le politiche dell’innovazione, assieme alle numerose altre associazioni che hanno partecipato all’iniziativa ha chiesto al Parlamento ed al Governo di liberalizzare ANCHE il futuro che, fuor di metafora, vuol dire porre in essere subito tutta una serie di modifiche che offrirebbero ai cittadini ed alle imprese italiane la possibilità di cogliere le straordinarie opportunità loro offerte dalla rivoluzione digitale.

Le parole internet, digitale, innovazione, infatti, sono assenti dal decreto liberalizzazioni.

Quasi 54 mila caratteri spazi inclusi, 27 pagine, 16 emendamenti: questi i numeri del pacchetto di ementamenti per la liberalizzazione del futuro messo a punto da un’inedita – ma straordinariamente efficace – coalizione di associazioni che rappresentano la società civiule italiana che ha a cuore il futuro del Paese.

Qui il documento contenente l’intero pacchetto-emendamenti alla legge di conversione del decreto liberalizzazioni.

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Agenda digitale: Italia fanalino di coda

E’ un ritratto sconfortante del livello di innovazione del Paese quello che emerge dal report sulla stato di attuazione dell’agenda digitale europea diffuso nei giorni scorsi dalla Commissione Ue.

A preoccupare – ma forse è ora di iniziare a dire ad allarmare – non sono tanto i dati relativi alla diffusione della banda larga che, pure, confermano che il nostro Paese è indietro – ma di misura – rispetto alla media europea quanto piuttosto quelli relativi all’utilizzo che gli italiani fanno della Rete.

La pressoché totalità degli indicatori utilizzati dalla Commissione Ue per misurare il livello di diffusione delle nuove tecnologie nei Paesi membri racconta di un Paese che usa la Rete poco e male.

La percentuale dei cittadini che utilizzano regolarmente internet (48%) è una delle più basse in Europa mentre quella dei cittadini che non usano affatto la Rete (41%) è tra le più alte.

Gli italiani continuano a non avvalersi affatto delle straordinarie potenzialità offerte dal commercio elettronico e che si tratti di home banking (17,6%),  di acquistare beni o servizi in Rete (14,7%) ,di ricercare di un posto di lavoro online (10,1%) e, persino di utilizzare internet per leggere i giornali (24,3%) restano tra gli ultimi della classe nell’Europa dei 27.

Anche sul fronte dell’e-Gov e dell’Amministrazione digitale, il rapporto della Commissione europea propone una lettura dei risultati dell’azione del ministro Brunetta ben diversa da quella che quest’ultimo continua, da mesi, a raccontare al Paese: se, infatti, è vero che la pubblica amministrazione italiana sta progressivamente mettendo a disposizione dei cittadini una pluralità di servizi online è incontestabile che i cittadini non apprezzano questi servizi o non sono, comunque, guidati ed incentivati ad utilizzarli.

Solo il 22,7% della popolazione interagisce via internet con la Pubblica amministrazione e solo il 7,5% – nonostante la CEC PAC “regalata”, a nostre spese, dal ministro Brunetta – usa Internet per inviare documenti alla Pubblica Amministrazione.

E’ la conferma – in realtà non necessaria – di una politica dell’innovazione fallimentare: il Governo continua ad imporre al Paese investimenti multimilionari per la digitalizzazione della pubblica amministrazione senza, evidentemente, essere in grado di intercettare i reali bisogni e le esigenze dei cittadini che, per tutta risposta, continuano a dialogare con la pubblica amministrazione alla vecchia maniera nonostante il suo pachidermico apparato burocratico e le inefficienze che ne derivano.

Dobbiamo cambiare rotta e dobbiamo farlo in fretta perché, se davvero, vogliamo sperare di uscire dalla crisi nella quale ci troviamo, non possiamo permetterci il lusso di continuare ad essere gli ultimi nell’Europa digitale.

Non siamo un Paese moderno ma possiamo diventarlo e dobbiamo esigere da chi ci governa che ci consenta di divenirlo perché questa è l’unica strada che può garantire un futuro a quei milioni di cittadini ai quali decenni di mala-politica hanno scippato passato e presente.

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